Un sonno più lungo dà una marcia in più nello sport
Uno studio della Stanford documenta, per la prima volta, come l’estensione del sonno influisca sulle prestazioni degli atleti di basket in competizione

Un sonno prolungato può migliorare le prestazioni atletiche, il tempo di reazione, il vigore e l’umore dei giocatori di basket. Lo studio della Stanford Unoversity, pubblicato sulla rivista scientifica SLEEP, è il primo a documentare che l’incremento di sonno e il potenziamento delle prestazioni atletiche siano collegate.
I ricercatori hanno così coinvolto 11 giocatori di basket che sono stati invitati a dormire dieci ore a notte per 5-7 settimane e ne hanno poi valutato le prestazioni atletiche.
Il miglioramento è stato netto su tutti i fronti, ad esempio c’è stato un miglioramento di velocità ai 282-metri sprint da 16,2 secondi a 15.5 secondi dopo l’estensione del sonno e una precisione sui tiri liberi aumentata del 9%. I Soggetti hanno anche mostrato un miglioramento complessivo di benessere fisico e mentale durante le attività sportive.
“Gli atleti si allenano e giocano le partite con livelli di sonnolenza moderati o alti senza sapere che questo potrebbe influenzare negativamente le prestazioni. I giocatori potrebbero ottimizzare i risultati degli allenamenti e delle gare massimizzando i benefici del sonno”, ha sottolineato la dottoressa Cheri Mah, che ha coordinato lo studio.
Secondo Mah, il sonno notturno di un atleta deve essere considerata parte integrante per raggiungere le massime prestazioni in tutti i tipi di sport. Di seguito alcuni suggerimenti utili dati dalla ricercatrice per aiutare gli atleti a migliorare le loro prestazioni:
* Priorità al sonno come una parte del regime di allenamento regolare.
* Estendere il sonno notturno per diverse settimane per ridurre il debito di sonno prima della competizione.
* Mantenere un basso indebitamento del sonno dormendo a sufficienza(da sette a nove ore per gli adulti, nove o più ore per adolescenti e giovani adulti).
* Mantenere un regolare ritmo sonno-veglia andando a letto e svegliandosi alla stessa ora ogni giorno.
* Fare brevi sonnellini 20-30 minuti soprattutto se si avverte sonnolenza.
Fonti:
http://www.eurekalert.org/pub_releases/2011-07/aaos-esi063011.php
Onde cerebrali: un identikit per il cervello
Secondo uno studio della Brown University e dell’Universität Zürich le onde prodotte dall’encefalo durante il sonno sono differenti e peculiari per ogni individuo. Luigi De Gennaro, docente di psicologia alla Sapienza di Roma, commenta le potenzialità di tali ricerche

Le onde cerebrali caratterizzano un individuo alla stregua di impronte digitali. Ad affermarlo è uno studio, condotto da ricercatori della Brown University e dell’Universität Zürich, che ha documentato una sostanziale invariabilità dei tracciati elettroencefalografici, eseguiti durante il sonno, in soggetti giovani osservati a distanza di due anni. La ricerca, pubblicata sul Journal of Neuroscienze, ha destato l’interesse dei neuro scienziati per aver evidenziato, al di là di ogni previsione, un parametro stabile del cervello in un’età in cui subisce rapidi cambiamenti.
In una prima fase i ricercatori hanno sottoposto un campione di 19 ragazzi tra 9 e 10 anni e 26 ragazzi tra 15 e 16 anni a registrazioni elettroencefalografiche, durante la fase REM e non- REM del sonno, per due notti consecutive. Gli esami sono stati poi ripetuti con le stesse modalità a distanza di due anni. Successivamente i dati raccolti sono stati analizzati mediante un software in grado di raggruppare insieme onde dalla forma e dalla frequenza simile. Nonostante i tracciati EEG inseriti nel programma non avessero alcuna connotazione aggiuntiva, non era stato quindi specificato a chi appartenessero, in quali notti fossero stati eseguiti e in quale anno, sorprendentemente sono stati raggruppati dal software nel modo giusto. Il programma ha riconosciuto un’ impronta comune mettendo insieme tutte le registrazioni EEG di uno stesso individuo.
“Studi precedenti hanno mostrato che i gemelli omozigoti presentano onde cerebrali molto più simili rispetto ai gemelli eterozigoti – afferma Leila Tarokh, ricercatrice dell’Universität Zürich e coautore dello studio – l’impronta EEG potrebbe quindi avere basi genetiche e ci potrebbe essere un collegamento tra comportamento e geni.”
Gli studi sulla conformazione delle onde cerebrali dei gemelli, citati da Leila Tarokh, sono stati condotti in Italia dal gruppo di ricerca di Luigi De Gennaro, docente di psicologia fisiologica all’Università Sapienza di Roma in collaborazione con l’Associazione Fatebenefratelli. Gli scienziati hanno analizzato l’analogia esistente tra le registrazioni elettroencefalografiche nei gemelli omozigoti ed eterozigoti evidenziando una concordanza dei tracciati EEG del 93% nel primo caso e del 49% nel secondo. Risultati che ben corrispondono alle percentuali di DNA in comune nei gemelli omozigoti (100% ) e nei gemelli eterozigoti (50%) evidenziando, secondo gli scienziati, una sicura componente ereditaria delle onde cerebrale.
“ Le implicazioni delle ricerche sulla struttura dei tracciati EEG – afferma Luigi De Gennaro – possono aprire delle prospettive completamente nuove per lo studio dei disturbi del sonno. Per narcolessia, apnea del sonno, insonnia familiare fatale, parasonnie, disturbi dei ritmi biologici, è stata già identificata l’esistenza di una componente genetica. L’elenco sembra destinato ad allungarsi e l’auspicio è che studi del genere possano avere un impatto su una migliore comprensione della patogenesi di questi disturbi e sullo sviluppo di nuovi farmaci per il loro trattamento”.
Secondo gli scienziati della Brown University e dell’Universität Zürich, in futuro i tracciati EEG potrebbero essere predittivi per alcuni disturbi mentali come la schizofrenia o la depressione, ma la ricerca è ancora agli inizi. Nell’immediato i ricercatori prevedono di indagare il modo in cui le onde cerebrali vengono influenzate in seguito a deprivazione di sonno e utilizzo di alcool.
Fonti:
http://www.jneurosci.org/content/31/17/6371.abstract?sid=bd7eb55a-dca3-45f5-b313-82358ca29cd2
http://medicalxpress.com/news/2011-04-teen-evidence-neural-fingerprint.html
http://w3.uniroma1.it/labsonno/roba%20x%20sito/MEDIA%20x%20sito/SOLE%2024%20ORE.pdf
Sindrome delle gambe senza riposo e bruxismo
Tra i disturbi motori del sonno il sonnambulismo è sicuramente il più conosciuto. Molto meno invece si sa del bruxsismo e della sindrome delle gambe senza riposo, disturbi altrettanto diffusi ma forse di minor impatto mediatico. Proponiamo il contributo di due esperti: Mauro Manconi, medico e ricercatore del sonno al San Raffaele di Milano e Carlo Zappalà medico e docente di protesi fissa presso l’università dell’Insubria di Varese, che parlano rispettivamente della sindrome delle gambe senza riposo e del bruxismo, due disturbi motori del sonno.

Storia e significato dei sogni nelle antiche culture
Alcuni credono che i sogni siano semplicemente un prodotto dell’attività del cervello senza nessun particolare significato, altri li considerano invece un riflesso dei desideri più profondi e nascosti o ancora vi vedono uno strumento di connessione con la divinità. Al di là dell’interpretazione che se ne dà, i sogni esercitano ancora oggi, come migliaia di anni fa, un fascino ancestrale. Nel corso dei secoli ne sono rimasti affascinati i popoli di tutto il globo, ciascuno dei quali ha sviluppato una propria teoria sull’argomento.

Mesopotamia
Le prime informazioni sull’analisi dei sogni vengono dalla Mesopotamia (la terra tra il Tigri e l’Eufrate. I Sumeri popolazione ivi stanziata interpretavano i sogni come segni mandati dalla divinità. Il più antico libro di interpretazione dei sogni in Mesopotamia risale al 1728- 1686 a.c. ed è pervenuto a noi su tavolette d’argilla. I sogni presi in esame nel libro erano classificati per azioni relative al mangiare, al bere, all’attività sessuale ed al lavoro, o prendevano in considerazione i fatti contingenti: dalla posizione sociale del sognatore, al verificarsi di malattie o lutti, senza soffermarsi sul sentimento interiore o sull’aspetto psicologico. Per la loro decodifica le persone si rivolgevano a dei sacerdoti in grado di analizzare il significato celato dietro ai simboli onirici. Questi eseguivano anche dei rituali con lo scopo di richiamare l’attenzione degli dei e propiziare sogni profetici sugli avvenimenti futuri. Secondo alcuni studiosi tali pratiche hanno avuto un impatto profondo sulla cultura egizia, araba e greca.
Antico Egitto
Anche gli egiziani vedevano i sogni come un messaggio della divinità. Essi stilarono il Libro dei Sogni (attualmente conservato al British Museum di Londra). Nel tempio dedicato a Serapis, dove alloggiavano gli interpreti dei sogni, gli Egiziani celebravano rituali,officiavano sacrifici e recitavano preghiere nella speranza di ottenere poteri divinatori. I sogni dei faraoni, erano i più importanti in quanto si riteneva che gli dei si servissero dei propri vicari in terra, i faraoni appunto, per comunicare con il popolo.
Le visioni oniriche avevano però anche un’accezione negativa perché si pensava che durante il sonno l’uomo viaggiasse in luoghi pericolosi entrando in contatto con spiriti maligni. Venivano allora formulati appositi riti magici ed amuleti che proteggessero l’uomo dai brutti sogni provenienti dal malvagio dio Seth.
Il talismano più utilizzato per favorire una buona attività onirica era un poggiatesta, sul quale erano incise formule magiche, veniva utilizzato soprattutto dai soggetti più sensibili, dalle donne incinte ed i bambini.
Antica Grecia
Omero IX secolo a.C. nell’Odissea parla delle porte dei sogni, una d’avorio e l’altra di corno, per distinguerne due gruppi: quelli privi di importanza e riferibili solo ad avvenimenti comuni, e quelli apportatori di verità. Secoli più tardi, Platone li considera espressione del mondo delle idee, di un paesaggio interiore che si contrappone alla realtà ed alla materialità. In ogni caso Sognare nell’antica Grecia era attività che meritava grande rispetto e che veniva considerata soprattutto per la sua funzione profetica e risanatrice. Le “grotte dei sogni” erano luoghi in cui vivere un’esperienza estrema. Nel buio, nella solitudine e nella paura le persone che presentavano sintomi di malattie mentali, ripercorrevano le tappe di una morte rituale e della relativa rinascita. Attorno al 355 d. C. il filosofo greco Aristotele sosteneva che gli esseri umani sono capaci di raggiungere la pura forma della saggezza solo durante il sonno unico frangente in cui la mente è libera. In quest’epoca la civiltà greca era la più potente della terra e i sogni avevano un ruolo cruciale in quanto erano considerati segni profetici e portatori di prosperità. Il riferimento per ogni decisione importante era infatti rappresentato dall’oracolo di Delphi che fondava le proprie predizioni proprio sui sogni. Anche i Greci crearono un libro dei sogni intitolato Oneirocritica, scritto da Artemidoro. Il libro ancor oggi è un punto di riferimento importante per molti libri contemporanei sui sogni.
Antica Roma
La tradizione romana dell’interpretazione dei sogni è in gran parte mutuata dai Greci ma mostra un progressivo impoverimento della funzione oracolare attribuita ai sogni e della centralità ad essi riservata in quanto si iniziò progressivamente a temere che i messaggi ravvisati nei sogni influenzassero gli animi e mettessero in pericolo l’Impero, tanto da indurre imperatori come Tiberio e Cicerone a vietarne l’interpretazione.
La civiltà contemporanea vede nei sogni un prodotto della psiche avente un significato da interpretare in relazione al soggetto, discostandosi nettamente dalla visione dei popoli antichi. Ma nonostante siano stati compiuti innumerevoli sforzi per spiegare il fenomeno onirico, dalle teorie freudiane alla moderna psicanalisi, l’argomento, per certi versi impalpabile, sfugge ancor oggi al rigore scientifico che caratterizza la nostra società.
Fonti:
http://blog.snoozester.com/2011/01/13/history-and-meaning-of-dreams-in-ancient-cultures/
http://guide.supereva.it/sogni/interventi/2006/04/250814.shtml
http://guide.supereva.it/sogni/interventi/2006/08/265132.shtml
http://guide.supereva.it/sogni/interventi/2006/03/247817.shtml
http://it.wikipedia.org/wiki/Sogno
Il jet lag e lo stravolgimento dei ritmi circadiani

Il jet lag è un disturbo causato da rilevanti variazioni di fuso orario. Gli effetti principali sono: perdita della sincronia del ritmo sonno veglia con conseguente riduzione della capacità di controllo delle azioni, alterazioni dell’umore, perdita di appetito, nausea, stipsi, irritabilità. Il disturbo è proporzionale al numero di fusi orari (in particolare si manifesta oltre le 4 ore), è infatti frequente nel caso di lunghi viaggi in aereo. Giunti a destinazione ci si sente così assonnati, stanchi e confusi. Per ricalibrare il proprio orologio biologico è necessario circa un giorno per ogni ora di variazione di fuso orario. L’adattamento avviene più facilmente nei viaggi verso ovest (con riduzione della giornata) rispetto ai viaggi verso est. Gli effetti dannosi del cambio di fuso orario possono tuttavia essere minimizzati seguendo alcuni accorgimenti come riposarsi prima di partire, non bere alcolici, non bere caffè o bevande contenenti caffeina, adottare al più presto il ritmo del paese di destinazione spostando di uno due ore al giorno, nei giorni precedenti il viaggio, le ore dei pasti e del sonno. Spesso viene utilizzata anche la melatonina, ma attualmente non vi sono studi scientifici che ne confermino l’efficacia. Consigli personalizzati si possono trovare al link: http://www.britishairways.com/travel/drsleep/public/it_it
dove dopo aver risposto ad alcune domande sui voli recenti vengono dati alcuni suggerimenti su come minimizzare il jet lag.

Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Jet_lag
http://www.ilgirodelmondo.it/html/consigli_.html
http://www.britishairways.com/travel/drsleep/public/it_it
Come minimizzare il jet lag
il Jet-lag è un alterazione dei ritmi biologici del sonno provocata dal cambio di fuso orario connesso ai viaggi in aereo. Nel video: alcuni consigli utili per minimizzare questo disturbo.
Pesci simili agli insonni: una questione genetica
Secondo uno studio della New York University alcuni pesci, abitanti nelle profondità marine, dormono molto meno dei loro “vicini di casa” in superficie. La scoperta potrebbe aiutare ad individuare le basi ereditarie dell’insonnia nell’uomo
Vivono nelle grotte dei fondali marini e mostrano un grado di sonnolenza molto simile a quello di chi soffre d’ insonnia, sono i pesci cavernicoli appartenenti alla specie Astyanax mexicanus. In base alla ricerca condotta dai biologi della New York University (NYU), la scarsa attitudine al sonno di questi nuotatori di profondità è dovuta a cause genetiche.
Lo studio, pubblicato sul giornale Current Biology, è focalizzato sul confronto tra la struttura del sonno nelle popolazioni di pesci cavernicoli, Pachon,Tinaja e Molino, e la struttura del sonno nei pesci di superficie appartenenti sempre alla specie Astyanax mexicanus. Dopo una prima fase di osservazione i ricercatori hanno classificato dormienti i pesci inattivi per più di 60 secondi che mostravano una reazione lenta a piccoli colpi dati sul contenitore: un comportamento che ha fatto pensare alla sensazione di intontimento di quando si è appena svegli.
I dati raccolti hanno così mostrato che in un periodo di 24 ore i pesci di superficie dormono oltre 800 minuti mentre le tre popolazioni di pesci cavernicoli dormono dai 110 ai 250 minuti, il che evidenzia un meccanismo di evoluzione convergente, per cui i pesci cavernicoli nonostante si siano evoluti in modo indipendente l’uno dall’altro a partire dall’A. mexicanus, hanno sviluppato lo stesso comportamento adattativo al sonno.I pesci sono stati successivamente sottoposti a deprivazione di sonno smuovendo i loro contenitori ogni minuto e si è osservato che ciò induceva un effetto di rimbalzo per cui all’occasione successiva dormivano più a lungo del normale per un meccanismo di compenso.
I ricercatori hanno poi cercato di determinare quale ruolo giocasse la genetica in tali differenze incrociando i pesci cavernicoli con quelli di superficie. Gli ibridi che ne sono derivati ereditavano abitudini di sonno molto simili a quelle dei pesci cavernicoli, dimostrando che il gene della diminuzione di sonno è dominante.
“Lo step successivo – spiega Richard Borowsky, professore di biologia e autore dello studio – è quello di identificare i geni responsabili della mancanza di sonno nei pesci cavernicoli. La ricerca potrebbe contribuire ad individuare i geni dell’insonnia nell’uomo”.
Quali potrebbero essere quindi gli scenari futuri per la cura della malattia? Nell’intervista che segue Erik Dubouè, membro dell’equipe di ricerca, affronta l’argomento e approfondisce alcuni aspetti dello studio.
Si può immaginare una terapia genica per il trattamento dell’insonnia?
La terapia genica è una possibilità, ma non è certo l’alternativa più probabile. L’idea dello studio è quella di cercare i meccanismi genetici e molecolari alla base del sonno in modo da individuare un target molecolare per i farmaci e trattare il disturbo.
Se l’oscurità solitamente promuove il sonno, perché i pesci cavernicoli hanno sviluppato dei geni che fanno dormire meno rispetto ai pesci di superficie?
Questa è una delle questioni più affascinanti e per ora non abbiamo ancora una risposta certa ma possiamo ipotizzare: crediamo che la causa della divergenza di comportamento sia da ricercare nella drastica differenza di habitat che c’è nelle profondità marine dove vivono i pesci cavernicoli. L’ambiente delle grotte può essere caratterizzato dalla completa assenza di luce che porta ad una perdita della fotosintesi e ad una scarsa quantità di cibo. I pesci cavernicoli sono all’apice della catena alimentare e, liberi dall’essere predati, non devono quindi nascondersi e conservare energie.
Noi ipotizziamo che in un ambiente del genere, dove non si può mai sapere quando il cibo arriverà, dormire poco consente di avere più tempo a disposizione per reperire cibo con maggior facilità.
Cosa vi ha spinto a studiare le abitudini di sonno si queste specie di pesci?
Inizialmente il nostro interesse era rivolto allo studio della pigmentazione e di altre caratteristiche dei pesci apparteneti alla specie Astyanax mexicanus poi, dopo le prime osservazioni, abbiamo spostato la nostra attenzione al loro comportamento durante il sonno. Richard Borowsky ha infatti notato che di notte, i pesci di superficie erano come immobili nei loro contenitori con le pinne flosce e relativamente inattive. I pesci cavernicoli invece restavano attivi suggerendo una divergenza di comportamento su basi genetiche. Abbiamo allora deciso di intraprendere questo studio per confermare la nostra intuizione.
Fonti:
http://www.eurekalert.org/pub_releases/2011-04/nyu-ftd033111.php
http://www.cell.com/current-biology/abstract/S0960-9822%2811%2900292-2
http://www.sciencedirect.com/science?_ob=ArticleURL&_udi=B6VRT-52JV2HC-3&_user=2814622&_coverDate=04%2F07%2F2011&_rdoc=1&_fmt=high&_orig=gateway&_origin=gateway&_sort=d&_docanchor=&view=c&_acct=C000058858&_version=1&_urlVersion=0&_userid=2814622&md5=5b7289375c2dba2c83eac3e421d083d5&searchtype=a
Yawn Log: un diario del sonno sul web
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